Ermanno Grassi (ex-Vicepreside dell'Istituto)
Ho conosciuto Vittorio nei lontani anni ’60, eravamo giovani docenti all’Istituto Magistrale. Ho apprezzato subito il valore di questo collega di acuta intelligenza e di grande cultura. Poi ci siamo rincontrati al Liceo Scientifico e quindi qui al Tecnico, dove ho avuto il piacere di collaborare con lui, ormai Preside, per alcuni anni. Della sua personalità mi piace evidenziare tre aspetti fondamentali: la sua passione per la poesia, la filosofia, la storia e la letteratura in particolare. I colleghi ricorderanno sicuramente le sue disquisizioni con un’oratoria fluente, accattivante, piena di contenuti. Era un piacere ascoltarlo. Durante un corso di aggiornamento sulla “Letteratura del ‘900“, la professoressa dell’Università “La Sapienza” di Roma esponeva la sua relazione con competenza e professionalità; ma Vittorio, seduto al suo fianco, lo si vedeva fremere, si capiva che voleva intervenire ... e quando lo fece per le nostre orecchie cambiò musica. Al termine dell’intervento la giovane professoressa lo ringraziò per la lezione che le aveva dato. Un secondo aspetto da sottolineare è quello della spiritualità che traspariva nei suoi discorsi, non solo filosofici e teologici che padroneggiava con naturalezza direi innata, ma soprattutto nel parlare comune, nel quotidiano. Certo era molto critico verso le istituzioni, Vittorio era un libero pensatore fuori dagli schemi, ma sicuramente un vero e convinto credente. Un ultimo aspetto è quello della sua grande umanità. Un uomo profondamente buono, con difetti e debolezze come tutti noi che lo rendevano simpatico, divertente. Era un amico, un amico di tutti. Avevamo aperto una sezione staccata del corso Geometri al carcere, qui a Sulmona, e bisognava andare di tanto in tanto a far visita ai detenuti anche per assolvere le questioni burocratiche. Lui ci veniva volentieri, mi diceva: ”Andiamo a farci una chiacchierata con questi poveri disgraziati”. Una volta lì io mi auguravo, ma ne ero certo, che i detenuti facessero delle domande perché sapevo già che il Preside non li avrebbe delusi. E cosi mi divertivo a vedere l’espressione dei visi di questi ragazzi, attenti, attoniti ed affascinati da quel suo parlare che li colpiva dentro e scuoteva le loro coscienze. Era talmente preso che dimenticava l’orario di uscita ed io dovevo dar di gomito per ricordargli che si doveva andare via. A testimonianza di quell’esperienza concludo dando lettura di una poesia, in dialetto siciliano, che uno di quei giovani volle inviare a scuola all’inizio delle attività al carcere.
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